Io, Asia Bibi, muoio:

ascoltate la mia voce!

 

 

In carcere i giorni e le notti sono uguali. Non so più dire che cosa provo. Paura, questo è sicuro... ma non mi opprime più come all’inizio. I primi giorni arrivava a farmi battere un tamburo in petto. Ora si è un po’ calmata. Non è più un soprassalto continuo. Le lacrime no, non mi hanno mai lasciata. Scendono a intervalli regolari. I singhiozzi, invece, sono cessati. Le lacrime sono le mie compagne di cella. Mi dicono che non mi sono ancora arresa, mi dicono che sono vittima di un’ingiustizia, mi dicono che sono innocente.

 

Non so molto del mondo al di fuori del mio villaggio. Non ho studiato, ma so che cosa è bene e che cosa è male. Non sono musulmana, ma sono una buona pakistana, cattolica e patriota, devota al mio Paese come a Dio. Abbiamo amici musulmani. Non ci sono mai stati problemi. E anche se non abbiamo avuto sempre vita facile, abbiamo il nostro posto. Un posto di cui ci siamo sempre accontentati. Quando si è cristiani in Pakistan, ovviamente bisogna tenere gli occhi un po’ più bassi. Certi ci considerano cittadini di seconda categoria. A noi sono riservati lavori ingrati, mansioni umili. Ma il mio destino non mi dispiaceva. Prima di tutta questa storia ero felice con i miei, laggiù a Ittan Wali. Oggi sono come tutti i condannati per blasfemia del Pakistan. 

Che siano colpevoli o no, la loro vita viene stravolta. Nel migliore dei casi stroncata dagli anni di carcere. Ma il più delle volte chi è condannato per l’oltraggio supremo, che sia cristiano, indù o musulmano, viene ucciso in cella da un compagno di prigionia o da un secondino. E quando è giudicato innocente, cosa che capita assai di rado, viene immancabilmente assassinato appena lascia il penitenziario. Nel mio Paese l’accusa di bestemmiatore è indelebile. Essere sospettati è già un crimine agli occhi dei fanatici religiosi che giudicano, condannano e uccidono in nome di Dio. Eppure Allah è solo amore. Non capisco perché gli uomini usino la religione per fare il male. Mi piacerebbe credere che prima di essere esponenti di questa o quella religione siamo anzitutto uomini e donne. In questo momento mi rammarico di non saper né leggere né scrivere. Solo ora mi rendo conto di quale enorme ostacolo sia. Se sapessi leggere, oggi forse non mi ritroverei chiusa qui dentro. Sarei senz’altro riuscita a controllare meglio gli eventi. Invece li ho subiti, e li sto subendo tuttora. Secondo i giornalisti, 10 milioni di pakistani sarebbero pronti a uccidermi con le loro mani.

A chi mi eliminerà, un mullah di Peshawar ha addirittura promesso una fortuna: 500.000 rupie. Da queste parti è il prezzo di una bella casa di almeno tre stanze, con tutti i comfort. Non capisco questo accanimento. Io, Asia, sono innocente. Comincio a chiedermi se, più che una tara o un difetto, in Pakistan essere cristiani non sia diventato semplicemente un crimine. Il mio unico desiderio, in questa minuscola cella senza finestre, è quello di far sentire la mia voce e la mia rabbia. Voglio che il mondo intero sappia che sto per essere impiccata per aver aiutato il prossimo. 

Sono colpevole di avere manifestato solidarietà. Il mio torto? Solo quello di avere bevuto dell’acqua proveniente da un pozzo di alcune donne musulmane usando il «loro» bicchiere, quando c’erano 40 gradi al sole. Io, Asia Bibi, sono condannata a morte perché avevo sete. Sono in carcere perché ho usato lo stesso bicchiere di quelle donne musulmane. Perché io, una cristiana, cioè una che quelle sciocche compagne di lavoro ritengono impura, ho offerto dell’acqua a un’altra donna. Voglio che la mia povera voce, che da questa lurida prigione denuncia tanta ingiustizia e tanta barbarie, trovi ascolto. Desidero che tutti coloro che mi vogliono vedere morta sappiano che ho lavorato per anni presso una coppia di ricchi funzionari musulmani. Voglio dire a chi mi condanna che per i membri di quella famiglia, che sono dei buoni musulmani, il fatto che a preparare i loro pasti e a lavare le loro stoviglie fosse una cristiana non era un problema. Ho passato da loro 6 anni della mia vita, ed è per me una seconda famiglia, che mi ama come una figlia!

Sono arrabbiata con questa legge sulla blasfemia, responsabile della morte di tanti ahmadi, cristiani, musulmani e persino indù. Da troppo tempo questa legge getta in prigione degli innocenti, come me. Perché i politici lo permettono? Solo il governatore del Punjab, Salman Taseer, e il ministro cristiano per le Minoranze, Shahbaz Bhatti, hanno avuto il coraggio di sostenermi pubblicamente e di opporsi a questa legge antiquata. Una legge che è in sé una bestemmia, visto che semina oppressione e morte in nome di Dio. Per avere denunciato tanta ingiustizia questi due uomini coraggiosi sono stati assassinati in mezzo alla strada. Uno era musulmano, l’altro cristiano. Tutti e due sapevano che stavano rischiando la vita, perché i fanatici religiosi avevano minacciato di ucciderli. Malgrado ciò, questi uomini pieni di virtù e di umanità non hanno rinunciato a battersi per la libertà religiosa, affinché in terra islamica cristiani, musulmani e indù possano vivere in pace, mano nella mano. Un musulmano e un cristiano che versano il loro sangue per la stessa causa: forse in questo c’è un messaggio di speranza. Supplico la Vergine Maria di aiutarmi a sopportare un altro minuto senza i miei figli, che si chiedono perché la loro mamma sia improvvisamente sparita di casa. Dio mi dà ogni giorno la forza di sopportare questa orribile ingiustizia. Ma per quanto ancora?

 

tratto da AVVENIRE 

Asia Bibi parla dalla cella 'Salvatemi dal Pakistan' - Io cristiana in carcere per la fede salvatemi sto morendo ogni giorno

 

 

«STO male. Mi sento soffocare fra queste quattro mura in ogni momento. Ogni minuto che passa mi sembra essere l' ultimo. Mi sveglio tutte le mattine pensando che quello sarà il mio ultimo giorno». È un grido disperato quello che Asia Bibi lancia dalla cella di isolamento del carcere di Sheikpura, nel Punjab pachistano, dove è rinchiusa, condannata a morte per blasfemia, nella prima intervista concessa dall' inizio della sua vicenda. SEGUE LA DONNA, madre di 5 figli, è stata arrestata nel 2009 e condannata nel 2010: la sua colpa, secondo le vicine di casa, sarebbe quella di aver insultato Maomettoe di essersi rifiutata di convertirsi all' Islam. Il caso si è trasformato in una questione internazionale quando la proposta di modificare la legge sulla blasfemia sull' onda della sua vicenda, ha generato un' ondata di violenze in Pakistan: una rabbia culminata negli assassinii, a gennaio e marzo, del governatore del Punjab Salmaar Tasmeer e del ministro delle Minoranze religiose Shahbaz Bhatti, che si erano battuti per la modifica. Dopo queste morti, il cerchio intorno ad Asia Bibi si è stretto ulteriormente. Oggi vive in isolamento: non può uscire dalla cella neanche per prendere aria, perché c' è il timore che venga assassinata. Familiari e legali sono minacciati. È malata, e chi la conosce è preoccupato per la sua salute, fisica e mentale. Questa preoccupazione è uno dei motivi che spiega la scelta di rompere il silenzio, parlando per la prima volta con un giornale. Asia Bibi risponde alle domande tramite il marito, Ashiq, l' unica persona insieme ai suoi legali autorizzata ad incontrarla, e alla sede londinese della Masihi Foundation, che si occupa della sua difesa. Signora Bibi, per prima cosa vuole raccontarci come sta? «Prima di rispondere alla sua domanda, voglio mandare i miei ringraziamenti a tutti quelli che sono preoccupati per me e che stanno pregando per me. Io sto molto male. La notizia della morte di Shahbaz Bhatti mi ha devastato e non riesco a riprendermi. Mi sento soffocare in queste quattro mura in ogni momento. Ogni minuto che passa mi sembra essere l' ultimo. Mi sveglio ogni mattina pensando che forse quello sarà il mio ultimo giorno: e allora piango. Piango per i miei figli e per mio marito». Ci racconti come vive... «Le mie condizioni di vita in carcere non sono semplici. Sono in isolamento e non posso parlare con nessuno a parte il personale della prigione, con il quale però non mi sento di parlare. Sono in una situazione davvero difficile, nessuno può capire quello che sto vivendo: mi hanno condannato a morte e sono innocente. Non ho commesso nessun crimine eppure ogni persona in questa prigione mi fissa come se io fossi la persona più terribile che vive al mondo». Ha paura? «Sì. Ho paura, sono terrorizzata: per la mia vita, per quella dei miei figli e di mio marito. Non ce la faccio più e non penso che ad uscire da questo luogo miserabile. La cosa che mi preoccupa di più sono le mie figlie, che stanno soffrendo con me: mi sento come se la mia intera famiglia fosse stata condannata. Questo mi rende triste e mi fa sentire come se fossi responsabile, come se fossi stata io a fallire in qualcosa. Le donne in questo mondo sono chiamate a costruire una casa, un futuro, insieme alle loro famiglie: ma io? Che futuro posso promettere io alla mia famiglia, alle mie figlie, se sono bloccata qui dentro? Vorrei offrire loro una vita più sicura in un altro posto: in un posto qualunque che non sia il Pakistan. Ma so che forse non vivrò per arrivare a vedere questo futuro. Sarei felice se solo sapessi che la mia famiglia è al sicuro. Ma so per certo che se anche io uscissi di prigione, se anche la corte decidesse che sono innocente, qui non sopravviverei: né io né la mia famiglia. Gli estremisti non ci lasceranno mai in pace: sono una donna segnata. Ma la mia fede è forte e credo che Dio misericordioso risponderà alla mie preghiere». È consapevole che il suo è diventato un caso internazionale? Che in Pakistane in moltissimi altri Paesi intorno alla sua vicenda si sono accesi dibattiti e polemiche? Se queste notizie Le sono arrivate come giudica tanto interesse? Si sta rivelando utile per il suo caso? «Il mio mondo è chiuso dentro a queste quattro mura. Ho sentito molte cose su questi dibattiti, me le hanno raccontate: ma tanto rumore non ha portato a nessuno cambiamento nelle mie condizioni di vita. Due delle persone che mi hanno più appoggiato in Pakistan, che hanno fatto sentire la loro voce per me, sono morte. Sono terrorizzata per chiunque lì fuori sta rischiando la sua vita per me e per le tante altre persone che stanno soffrendo per me. Ho paura non solo per la mia famiglia, ma anche per i miei legali e per la Masihi foundation, che con tanta generosità sta aiutando la mia famiglia. Prego Dio ogni giorno perché alle persone che sono dalla mia parte non accada nulla». Cosa ha pensato quando ha saputo invece che due delle persone che si erano battute per lei erano state assassinate, una dietro l' altra? E che molte persone, in Pakistan, hanno gioito per quelle morti? «Ho sentito un dolore terribile quando ho saputo della morte di Salman Taseer prima e di Shahbaz Bhatti poi: sono rimasta senza parole, sotto choc. Poi mi sono infuriata, non volevo crederci: il mio cuore è con le loro famiglie e con tutte le persone che li amavano. Hanno dato la vita per una causa importante, vorrei che l' intero mondo riconoscesse la loro lotta e il loro sacrificio, che sono stati fatti in nome dell' umanità intera. Da allora passo molte notti senza dormire. Sono frustrata e penso che la mia vita sia ad un punto morto. Sto disperatamente aspettando di uscire da questa prigione e voglio chiedere aiuto a tutti perché facciano qualcosa per risolvere questo caso. La gente qui in Pakistan usa la legge sulla blasfemia per risolvere le proprie questioni personali: questa legge dovrebbe solo essere abolita, perché fa male a tutti, siano essi cristiani o musulmani. Nessuno sarà mai al sicuro in Pakistan fino a quando questa legge continuerà ad esistere. Io sono per certo di essere una vittima innocente di questa legge; soffro e l' intero mondo deve sapere che sto soffrendo senza aver commesso nessun crimine». Parliamo di futuro, signora Bibi: cosa sogna di fare quando uscirà? Quale sarà il suo primo gesto? «Ringrazierò Dio per essersi preso cura di me e della mia famiglia. Abbraccerò forte ogni singolo membro della mia famiglia e poi farò con loro una grande cena per celebrare. Poi ringrazierò le persone che non conosco di persona ma che tanto stanno facendo per me, come Haroon Masih della Masihi foundation, di cui ho sentito così tanto parlare. Ma il mio sogno più grande è quello di incontrare Papa Benedetto. Haroon mi ha fatto arrivare la notizia che il Santo Padre ha parlato di me: questo mi ha dato moltissima speranza, mi ha spinto a continuare a vivere, mi ha fatto sentire amata e come se l' intero mondo fosse con me. Mi sono sentita onorata: è un privilegio sapere che ha parlato per me, che ha pronunciato il mio nome, che segue il mio caso personalmente. Vorrei vivere abbastanza per vedere il giorno in cui potrò incontrarlo e ringraziarlo di persona». - FRANCESCA CAFERRI